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Paola Del Din, medaglia d’oro al valor militare è stata partigiana e prima italiana paracadutista. Oggi a 93 anni il Venerdì di Repubblica gli ha dedicato una lunga intervista nella quale a distanza di oltre 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale tornano sul tavolo del confronto le questioni delle diverse anime della Resistenza.
Militante delle Brigate Osoppo, quelle “sbagliate”, che lottavano con in testa il tricolore e un forte senso di patriottismo, si trovò a vivere gli eccidi compiuto dai partigiani comunisti. Quelli fedeli a Tito e ad una idea differente di Liberazione.

Il porre in primo piano la bandiera rossa e non quella italiana fu evidenza per molte Brigate partigiane comuniste e questa scelta pesò enormemente negli assetti geopolitici, anche durante la lotta di liberazione. La Del Din come un altro 60% di partigiani si trovò a militare nelle fila delle brigate cattoliche, autonome o di Giustizia e Libertà. Quelle che dopo la guerra uscirono dall’Anpi, in contrasto con l’egemonia del Partito Comunista, per creare la F.I.V.L. (Federazione italiana volontari della libertà) e la F.I.A.P. (Federazione italiana associazioni partigiane).

La Del Din oggi a 93 anni richiama le giovani generazioni ai valori della Resistenza che consistono anche e soprattutto nella ricerca e difesa dei valori patriottici e cristiani. Lei che si gettò dall’aereo alleato oltre le linee nemiche dichiarando che era pronta perché “confessata e comunicata”.

“Tra noi antifascisti – dichiara la Del Din al giornalista Raffaele Oriani – c’era chi voleva solo liberare il Paese, e chi lottava anche per il proprio partito”.
Oggi nel momento storico della rinascita forte dei movimenti neofascisti, l’antifascismo deve poter riscoprire i valori che hanno animato migliaia di uomini, donne, sacerdoti e suore, mossi dal compimento del sacro dovere del raggiungimento della Pace. Con l’attaccamento alla Patria e alla Costituzione che custodisce le diversità della galassia resistenziale.

Il presidente della F.I.V.L. Francesco Tessarolo ricorda quei momenti e delinea i fatti.
«Nei primi mesi del dopoguerra, complessi e concitati, quando i partiti politici occuparono la scena nazionale, questa dimensione etica ed ideale venne posta in secondo piano, come ebbe a sottolineare lo stesso Enrico Mattei:  “A trattare della questione partigiana, sono anche indotto per aver notato come le numerose celebrazioni fatte nella seconda metà dello scorso anno e poi, con sempre minore frequenza, in questi primi mesi del 1946, vennero quasi esclusivamente organizzate ed effettuate da altri partiti politici che, come è ovvio, furono indotti a valorizzare ed a mettere in particolare risalto l’apporto delle unità partigiane che a tali partiti facevano capo e che da essi dipendevano. Ciò ha forse ingenerato, nell’animo di coloro che ascoltarono tali rievocazioni e che ne lessero i resoconti sui giornali, la convinzione che la lotta di liberazione sia stata un po’ il monopolio di uno o due partiti politici. Noi troppo poco parlammo, fino ad oggi, dei nostri partigiani e troppo poco ne scrivemmo, quasi fosse la materia a farci difetto”.

A distanza di oltre settant’anni dalle parole di Mattei, credo sia giunto il tempo di tornare ad evidenziare proprio questa dimensione etica ed ideale, la dimensione che contraddistinse particolarmente le formazioni autonome, apartitiche o cattoliche, le formazioni che poi confluirono nella F.I.V.L.; la dimensione che la Medaglia d’Oro Primo Visentin, Masaccio, che operò tra Vicenza e Treviso, così esprimeva: “Di politica parliamo dopo, adesso dobbiamo combattere i nazifascisti e conquistare la libertà e la democrazia”; anche Nino Bressan, altra figura di spicco della Resistenza cattolica vicentina, scriveva:  “Quando si dice che la nostra Costituzione è nata dalla Resistenza, si sappia che non è retorica, ma una grande verità. Sì, perché nelle soste della lotta si parlava ai contadini e agli operai del diritto alla terra ed al lavoro, ai ragazzi del diritto allo studio, alle donne del diritto di voto, a tutti si parlava di sanità, di libertà, di giustizia sociale. Anche per questo avemmo il massimo appoggio da parte di tutta la popolazione”.

L’idea che ci sia un bene comune che deve prevalere, al quale tutti dobbiamo contribuire, responsabilmente e consapevolmente, ha guidato allora le formazioni partigiane, ha ispirato poi i lavori dell’Assemblea Costituente e deve continuare ad essere tenuta in grande evidenza anche oggi: in momenti nei quali appare difficile, se non impossibile, andare oltre all’individualismo esasperato ed al tornaconto immediato assunti come unico criterio di riferimento, in una fase delicata e complessa della storia dell’Italia repubblicana, segnata dalla delegittimazione continua dell’avversario politico, dalla crescente frammentazione e da visioni sempre più ristrette, segnate solo da protesta e scontento, ritornare sul monte Penice (luogo di battaglie scelto dalla F.I.V.L. come luoco sacro, n.d.r.) e rievocare le vicende tragiche che hanno permesso la nascita della Repubblica italiana, significa uscire delle paludi pericolose dell’indifferenza, del fatalismo e della rassegnazione, significa capire lo stretto intreccio che sempre intercorre tra le scelte collettive e quelle individuali, per trovare, o ritrovare, il coraggio di amare la verità, di credere ai propri ideali e alle proprie speranze, il coraggio di riaffermare, tutelare, rinsaldare sempre quella dimensione etica ed ideale, quel futuro comune e condiviso che fu la causa cui tanti italiani e soldati stranieri dedicarono il loro impegno e la loro vita.  Viva l’Italia, viva la Resistenza, viva la FIVL.»