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 Il 27 gennaio ricorderemo il Giorno della Memoria. Ovunque saranno organizzati incontri, mostre eventi, in radio sentiremo interviste, in tv vedremo film. Tra le tante storie vorrei raccontarvi della ribellione di una lettera. Una semplice lettera di ferro, saldata con altre sopra il cancello d’ingresso di un campo di sterminio, che da sola non può cambiare il senso della storia. Il significato brutale della cancellazione, dell’ordine di sterminio totale. Eppure entrando ad Auschwitz i visitatori più attenti non possono non notare che la terza lettera nella prima parola è capovolta.

“Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi, il messaggio beffardo fatto apporre dal comandante Rudolf Höss in maniera che tutti potessero pensare che in quel luogo realmente si lavorasse per il destino dei popoli. La targa fu apposta nel 1940 e realizzata nell’officina del campo da un polacco non ebreo, Jan Liwacz, numero di matricola 1010, che al momento di saldare le lettere decise come piccolo gesto di ribellione di capovolgere la B.

Un passaggio dai molti significati. La ribellione interiore, il desiderio di voler resistere ad ogni costo al male – Liwacz riuscì a scampare dalla morte e fare ritorno a casa – un forte grido di libertà. Ma forse il significato è anche quello di far comprendere all’uomo che oggi visita quei luoghi, che lì dentro il mondo era realmente rovesciato. Sottosopra negli ideali, nel rispetto, nell’amore, perché ad Auschwitz come in centinaia di altri campi le donne e gli uomini perdevano l’identità venendo cancellati negli affetti familiari, nel nome e cognome, nell’aspetto con il taglio dei capelli, nella marchiatura con i numeri sull’avambraccio. Stock, pezzi; in questa maniera diventavano gli uomini e le donne schiavi del totalitarismo nazionalsocialista del Novecento.

La B rovesciata di Jan Liwacz, numero di matricola 1010, oggi è simbolo grafico della rivolta contro il male che l’uomo può generare.

Andrea Giannasi