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Noi dove saremo e cosa faremo?

In occasione della commemorazione della battaglia sul Monte Rovaio combattuta tra i partigiani del Gruppo Valanga e truppe tedesche con alcuni fascisti il 29 agosto del 1944, conclusa con la morte di 19 partigiani tra i quali il comandante Leandro Puccetti, Andrea Giannasi, di ATVL e consigliere della federazione Italiana Volontari della libertà ha tenuto questo discorso pubblico:

 

Il Gruppo Valanga raccoglie in seno un grande valore storico che è insegnamento per il presente. Tra quelle fila combatterono e morirono partigiani e patrioti autonomi, cattolici, badogliani, comunisti, socialisti e azionisti.

Tutto questo per dire che sulle montagne c’erano tutti i partigiani. Ed è ora che le anime del mondo resistenziale (ANPI, FIVL e FIAP) da Porzus fino a Boves, passando da Sant’Anna di Stazzema e Monte Sole, si riuniscano per un unico scopo: la difesa dei valori che sono carne viva nella Costituzione italiana.

Non è facile salire quassù per ricordare il Gruppo Valanga. Non è facile perché ci siamo macchiati di una colpa che loro, i martiri caduti per la nostra libertà, non possono perdonarci: l’aver dimenticato gli uomini. L’aver lasciato indietro, oltre gli steccati del trionfo del consumismo, della poltrona, del titolo, delle cariche, delle prebende e degli interessi, l’essere umano. Questa la colpa più grande commessa negli ultimi anni. E siamo drammaticamente tornati a rivivere quei giorni, nei piccoli e grandi gesti di cittadini che svestono i panni dell’impegno per farsi assenti. O peggio ancora doppiogiochisti, falsi e immorali.

“In quei momenti chi non voleva sbagliare stava nascosto in cantina, o prendeva in appalto i lavori della Todt, per sovvenzionare con la mano destra i Comitati di Liberazione e con la sinistra le Opere Assistenziali della Repubblica Sociale Italiana”. Raccolse questa frase Silvano Valiensi, che era quassù a combattere con gli altri, da un ex ufficiale della Monterosa.

Non è mai stato così attuale il violento scontro tra chi scelse di partecipare – ricordo che in un valle con quasi 50.000 abitanti non furono più di 500 i partigiani divisi tra Lunense, Valanga e XI Zona di Manrico Ducceschi “Pippo”, ovvero non più dell’1% della popolazione totale -, mentre coloro che dall’altra parte decisero di attendere furono più del 90%.

Il seguire l’ideale di libertà non era certo esercizio scontato per una generazione nata e cresciuta a pane e moschetto. E ancor peggio tra genti di una valle chiusa in secolari parcellizzazioni poderali, cesure mentali e individualismo genetico.

Da salvare per molti non era la libertà, i libri, la formazione, la conoscenza, il sapere, il confronto, ma la vacca nella stalla. L’interesse, la sopravvivenza, il posto sicuro.

Tutto qui, quasi banalmente, lo scontro che ha poi fatto cadere tante colpe e accuse sulla Resistenza. Soprattutto quella di aver messo a nudo non tanto la ferocia bestiale dei nazisti e dei fascisti, ma la pavidità, la schifosa assenza della stragrande maggioranza dei cittadini. Noi, loro e gli altri.

Ma deve essere chiaro a tutti che la libertà non è solamente un bene astratto.

Lo spiegò bene nel 1955 Piero Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica”.

E dunque alzare la mano e partecipare anche quando tutto sembra perduto e siete circondati dal 99% di menefreghisti.

I partigiani non sono stati compresi e accettati perché hanno toccato con mano l’egoismo umano, di un popolo quello italiano pronto a barattare anche il proprio sacro libero arbitrio, in cambio di un pezzo di pane nero.

Gli italiani, è bene non dimenticarlo mai, fino a tutto il 1936 furono in larghissima parte fieramente fascisti. La conquista dell’Abissinia – poi scopriremo attraverso enormi e indicibili massacri che causarono centinaia di migliaia di morti – rappresentò il raggiungimento dell’Impero, che il Duce donò al piccolo Re Vittorio Emanuele III.

Il fascismo era perfetta sintesi tra privazione della libertà e controllo totale delle attività politiche, sociali, culturali ed economiche, e tra l’aver saputo dare al proprio popolo pane per sfamare la pancia e la testa.

Poi le infamanti Leggi Razziali e la Seconda guerra mondiale che scosse le famiglie italiane. E il fascismo scomparve in una notte di mezza estate, il 25 luglio del 1943, e gli italiani ancora una volta opportunisti, egoisti e individualisti, pensarono al proprio piccolo tornaconto scendendo in piazza e nascondendo l’orbace e la camicia nera. Non si pensò alla libertà, ma alla fine della guerra. Al tornare a fare le proprie faccende senza avere altri guai. A difendere la vacca nella stalla.

Tornò invece il peggiore dei fascismi; quello sanguinario, vendicativo e filonazista, che cancellò tra torture e feroci massacri, la parte migliore di un paese ora più che mai in guerra. Anche da quello bisognava fuggire così come dall’occupante tedesco.

Gli italiani, scavarono ancora più a fondo nel proprio destino e nelle proprie cantine, nascondendo farine e tappandosi gli occhi. Un popolo di invisibili in attesa della fine.

Questo piccolo cabotaggio, il vivere dalla mattina alla sera, giorno per giorno, è gesto antico, vicino alla ciclicità della terra che biologicamente coinvolge tutti gli esseri viventi. Un ciclo che ha un inizio e una fine, ma l’uomo, il cittadino, non può e non deve essere uguale ad una vacca.

Ecco racchiuso il senso dell’estremo ideale verso il quale anelano pochissimi uomini come Leandro Puccetti e gli altri. Circondati dalle miserie umane, loro sognarono ad occhi aperti la libertà. E nel farlo per loro stessi, composero il futuro per tutti gli altri.

Salirono in montagna e si fecero martiri e sappiamo bene cosa significa il martirio in una terra fatta di uomini. Invidia, maldicenza, cattiveria, falsità.

Alla fine rimane palpabile il senso di vuoto che pervase le anime di questi patrioti. Diventati uomini nel dolore, nello scontro a fuoco, nella fame, nel freddo. E alla fine sconfitti proprio come i nazifascisti.

Oggi torna forte il germe dell’odio, della paura, della divisione. Forte perché utile a far crescere ancora una volta l’uomo nuovo, pronto a servire fedelmente fino alla fine per una causa.

Perché io lo so – e cito Alessio lega – che presto o tardi non sarò più vivo, ma tutto ciò che vi posso lasciare è il sogno di un mondo migliore, dove l’uomo agisca per solidarietà, nell’uguaglianza, con amore.

Dove l’essere umano è al centro di ogni nostra azione.

Non possiamo infine dimenticare che la storia si ripete. Sempre. Matteotti il 30 maggio del 1924 lanciò la sua accusa sui brogli elettorali contro il governo Mussolini. Venne assassinato e le opposizioni salirono sull’Aventino. Mussolini, seppur ministro del Re, in base all’art. 47 dello Statuto Albertino poteva essere arrestato e il 3 gennaio 1925 assunse alla Camera la responsabilità “morale” e non materiale dell’omicidio. Dicendo: “Sono io, o signori, che levo in quest’Aula l’accusa contro me stesso. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa; gliela daremo con l’amore, se è possibile, o con la forza se sarà necessario.”

Trovate analogie con il presente. Con il delitto contro la Costituzione e l’umanità che un ministro dello stato democratico e repubblicano italiano ha compiuto verso 170 migranti su una nave militare che appartiene al nostro stesso stato?

“Sono io” dirà alla Camera alzando il dito contro se stesso. “Sono io”.

Ecco in quel momento noi, noi tutti, dove saremo e soprattutto, cosa faremo?