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Don Aldo Mei: Pastore non buono… così lo definivano i suoi aguzzini
ATVL ha in lavorazione un libro inedito

L’Associazione Toscana Volontari della Libertà ricordando Don Aldo Mei annuncia la prossima pubblicazione di un libro dedicato al sacerdote con numerose novità archivistiche e storiche ma soprattutto il ritrovamento di un testo scritto da un amico del sacerdote che ricostruisce tutta la vita del martire di Porta Elisa. Il saggio, che sarà curato da Simonetta Simonetti e pubblicato da Tralerighe libri nella collana di memoria e storia del Novecento, porrà in luce figure di grandi lucchesi, come quelle di Italico Baccelli o Ferdinando Martini, che furono vicini a Don Aldo Mei.

La vicenda del sacerdote trova il compimento tragico nell’agosto 1944, quando la nostra città si trovò a vivere la ferocia nazista e l’oltraggio verso l’umanità che aumentò a dismisura in quella tragica estate dove furono compiuti eccidi e vessazioni di ogni genere sulla popolazione inerme. “Sono gli ultimi giorni di un periodo di ansia e di paura”, ebbe a scrivere Italico Baccelli in un suo intervento commemorativo al quale aggiunse: “Ma i lucchesi non sono domi e l’invasore non ha il cammino facile sulla sua strada; egli è consapevole dell’ostilità che lo circonda ed ha paura”. E la paura diventa ferocia, il nemico deve punire fortemente questo popolo “traditore” e iniziano così i rastrellamenti, le rappresaglie, l’accanimento verso chiunque si trovi su suo cammino. Fermano uomini, ragazzi, sacerdoti ritenuti colpevoli di connivenza con i partigiani, si affiancano a loro le spie, i delatori, squallidi individui che hanno venduto le loro anime per un’illusoria protezione. Alla Pia Casa di Beneficenza in Via S. Chiara si sentono i rumori della guerra, lo sferragliare dei carri armati, il passo cadenzato e l’asprezza delle voci che risuonano nella stretta via minacciosi. Nelle parrocchie cittadine e in quelle delle zone rurali i parroci erano gli unici consolatori dello sgomento che aveva invaso la gente. La chiesa, piccola, grande, fastosa accoglieva tutti senza distinzione, credenti e non avrebbero trovato tra quelle mura un’isola di pace. Nel piccolo paese di Fiano il parroco era un giovane prete nato a Ruota che aveva scelto di esercitare il suo ministero in nome della carità e dell’amore verso il prossimo. Chiunque per Don Aldo Mei era il prossimo e, nonostante i timori di chi lo consigliava a fare “solo il prete” lui non ebbe alcuna indecisione ad accogliere le richieste di chi si rivolgeva a lui per bisogno. Bisogno materiale, di cibo, di riparo ma anche bisogno di sentirsi ancora un essere umano capace di amare e di essere amato. Ma questa sua estrema disponibilità all’accoglienza gli fu fatale. Doveva essere punito. Una spiata, la cui identità è tuttora controversa, portò i nazisti a profanare il paese, la chiesa, a rastrellare  tutti quelli che si erano stretti accanto al loro parroco. Ma non solo questo bastò a frenare la ferocia nazista, ci fu la derisione, lo scherno, l’offesa verso quella veste sacra e verso quello sguardo così sereno che aumentò  la loro rabbia. Trascinato insieme ad un certo numero di paesani, Don Aldo fu rinchiuso in una stanzetta buia all’interno della Pia Casa. Era il due di agosto 1944. Per due giorni e due notti Don Aldo rimase solo con se stesso, in preghiera e sempre sorridendo ai suoi carnefici che non gli risparmiarono vessazioni, ingiurie, percosse. Una figura di donna gli stette vicino, una suora Vincenziana della Carità, Suor Margherita la cui storia è in corso di stampa. Don Aldo era stato accusato di aver dato rifugio ad un giovane ebreo Adolfo Cremisi, di aver somministrato i Sacramenti ai partigiani, di tener nascosta una radio trasmittente, regalo di un conoscente. Tre capi di imputazione passibili di pena di morte, e così fu. Una sera del 4 agosto verso le 22, ma anche questo orario ha diverse conferme, in Via Elisa un triste corteo si diresse verso il prato antistante la Porta. Un’esile figura, un po’ curva che procedeva a fatica tra i soldati tedeschi e alcuni repubblichini. Certamente dietro le finestre o da poggio delle Mura qualcuno vide, qualcuno sentì le raffiche di mitra e il nero della morte scese sulla città. Ferdinando Martini, dalla sua abitazione sentì quei suoni agghiaccianti e rivolto ai figli disse: “Ecco, non ce l’abbiamo fatta”.  La storia di questa triste vicenda nei suoi particolari è in corso di stampa e verrà resa nota alla città entro la fine di quest’anno. Per noi lucchesi, per noi Volontari della Libertà quel luogo di martirio è una perenne testimonianza e un monito costante a rifiutare la guerra e il conflitto.