Pubblichiamo integralmente l’introduzione al libro “Pastore niente buono Don Aldo mei. Ruota 3 marzo 1912 – Lucca 4 agosto 1944” di Simonetta Simonetti (Tralerighe libri editore).

Gli uomini in Cristo tra tanti vasi di coccio di Andrea Giannasi

Don Aldo Mei nell’ultima lettera al babbo e alla mamma il 4 agosto 1944, dalla cella dove era rinchiuso, scrisse: “Muoio travolto dalla tenebrosa bufera dell’odio io che non ho voluto vivere che per l’amore! «Deus Charitas est» e Dio non muore. Non muore l’Amore! Muoio pregando per coloro stessi che mi uccidono. Ho già sofferto un poco per loro… È l’ora del grande perdono di Dio”.

Quando leggiamo le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana, è sempre doveroso tornare a quei momenti e cercare l’originario significato.

Commetteremmo un grave errore cercando di capire con la lente del contemporaneo cosa visse quella generazione di uomini e donne, travolta dall’incubo fascista e nazista. Non capiremmo l’urgenza della libertà e la convinzione del camminare sulle orme del giusto.

Per Don Aldo Mei questa accortezza però non è sufficiente, perché il sacerdote supera il “momento” ed entra, travolgendo ogni ostacolo, nel campo dell’eterno confronto tra bene e male. La sua non è solamente una vita dedicata alla libertà dall’oppressione nazifascista nel 1944, bensì la totale e permeante dedica alla carità.

Dunque l’ideale di Don Aldo trascende e supera la politica e l’ideologia del momento storico per assumere il contorno dell’esempio nel nome di Cristo. Esempio millenario nella vita dell’umanità

La scelta di Don Aldo Mei quindi che va letta – e spesso riletta alla luce di ogni momento di sconforto e solitudine – come passaggio di un testimone, da un fratello all’altro.

E per meglio comprendere la volontà di un sacerdote di donarsi completamente al prossimo, accettando il martirio, è doveroso conoscere l’alto e nobile concetto di morire per la vita.

Ma come possiamo oggi capire tutto questo?

Monsignor Giuliano Agresti, Arcivesco-vo di Lucca dal 1973 al 1990, in occasione della commemorazione del trentennale della Lotta di Liberazione, scrisse in una lettera inviata ai promotori del convegno, in merito al sacrificio di centinaia di sacerdoti e religiosi: «E che questo sia accaduto, nel modo con cui è accaduto, è in coerenza con la missione della Chiesa e lo spirito del Vangelo. La Chiesa infatti, che come dice il Concilio, deve sentirsi “realmente e intimamente solidale con il genere umano e la sua storia”, non può non sentire il dramma umano generato dall’op-pressione e da uno stato di vita disumano, prodotto dalla tirannia». Termina poi citando Isaia: “Con le loro spade costruiranno aratri, e falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro popolo, né si eserciteranno più per la guerra” (Is 2,4).

Mons. Agresti era stato preceduto da Mons. Antonio Torrini, Arcivescovo di Lucca dal 1928 al 1973, che nel 1938, e fino a 1946, aveva consacrato l’intera Arcidiocesi al sacro Cuore di Gesù. A quel simbolo di fede rappresentato da un cuore incoronato di spine, sovrastato dalla croce e ferito da una lancia in eterna memoria del più alto gesto d’amore, ma anche l’esempio del sacrificio di Gesù per la salvezza di tutti gli uomini. Le fiamme, che circondano il cuore si riferiscono al forte gesto misericordioso che Cristo prova per i peccatori. Torrini invoca la Misericordia di Dio già nel 1938, leggendo quanto sta per accadere.

I sacerdoti lucchesi, i piccoli uomini in abito nero, avevano dunque ricevuto la propria missione dettata dal gesto di Mons. Torrini. “Per Cristo, con Cristo e in Cristo, a Te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti secoli dei secoli”. L’uomo è penetrato dalla grazia di Gesù e spinto, come leggiamo nelle lettere di San Paolo, “a soffrire insieme con lui per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 8,17); “a morire e a vivere insieme con lui” (seconda lettera ai Corinzi, Tm 2,11); “a essere sepolti insieme a lui” (Rm 6,4); “a risuscitare insieme con lui” (Ef 2,6); a diventargli “conformi nella morte” (Fil 3,10) “per essere glorificati insieme con lui” (Rm 8,17).

Con Cristo tra gli uomini, in Cristo per ogni gesto di carità compiuto in suo nome, per Cristo come fine dell’intera vita.

Ecco dunque che accanto a Don Aldo Mei, a Don Innocenzo Lazzeri, a Don Giorgio Bigongiari, ai certosini della Farneta, ma anche ai tanti sacerdoti, come Mons. Roberto Tofanelli, Don Arturo Paoli, Don Guido Staderini, Don Renzo Tambellini, Don Sirio Niccolai, Don Silvio Giurlani, Don Fortunato Orsetti, e molti altri della provincia, cammina Cristo che si fa carne viva nelle mani protese dei perseguitati, degli sfollati, dei ricercati, dei fuggiaschi, degli oppositori al nazifascismo.

Sono stati molti gli studiosi che negli ultimi anni hanno cercato di ricostruire la vita e la scelta di Don Aldo Mei. “Di fronte all’estremo: Don Aldo Mei, cattolici, chiese, resistenze” a cura di Gianluca Fulvetti, con numerosi saggi di storici e studiosi (non solo sulla figura del sacerdote di Fiano), affronta il tema risolvendo in buona parte la pagina della storia. Così come il saggio “L’eccidio della Certosa di Farneta. Il ruolo del clero lucchese nella Resistenza” di Walter Ramacciotti, oppure “Resistenze civili. Clero e popolazione lucchese nella seconda guerra mondiale” di Emmanuel Pesi, aiutano a studiare ogni angolo delle vicende.

Don Aldo Mei, seppur riportato come nobile esempio nella ricerca che condusse alla pubblicazione del prezioso volume “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana”, ha – a mio avviso – necessità di una lettura differente. Più ampia, non scrivo solenne, ma certamente con uno spessore di maggior respiro.

E non fu solo un lento movimento di “resistenza senza fucile”, citando il bel libro di Giovanni Bianchi, ma la consapevolezza di aver accolto la beatitudine del saper resistere.

La lezione di Don Aldo Mei e di tutto il clero in Italia certamente non è solamente frutto di un percorso personale o di una scelta spontanea immediata, ma giunge da lontano. Da una lenta sedimentazione che fu proprio Papa Pio XI a creare. Come non ricordare l’enciclica del giugno del 1931 «Non abbiamo bisogno. Per l’Azione Cattolica» denunciando il fascismo che incita «all’odio, alla violenza, all’irriverenza». Giungendo a scrivere che il giuramento richiesto per la tessera fascista, è condizione necessaria per il lavoro, la carriera, il pane. Ma questa, scrive il Papa, è «una formula che anche a fanciulli e fanciulle impone di eseguire senza discutere ordini che possono condannare i diritti della Chiesa e delle anime?».

Vi è dunque un vento all’interno dell’istituzione ecclesiastica che accetta il Concordato del 1929 come “riparatore”, ma, seppur non contrastando apertamente il regime, fa precisi distinguo e come nella «Ad Catholici sacerdotii», del 20 dicembre 1935, nella quale viene esaltata la missione del sacerdozio cattolico.

E come non ricordare il lavoro che porterà alla definizione della dottrina sociale della chiesa.

Aspetti e prese di posizione nei confronti dei regimi totalitari che poi saranno ripresi nelle encicliche contro il nazismo «Mit brenneder Sorge» (14 marzo 1937) e contro il comunismo ateo «Divini Redemptoris» (19 marzo 1937).

E proprio in questa ultima si può leggere: «Nella Nostra Enciclica sopra il Sacerdozio, in quella sull’Azione Cattolica, abbiamo con implorante insistenza attirato l’attenzione di tutti gli appartenenti alla Chiesa, e soprattutto degli Ecclesiastici, dei Religiosi e dei laici, i quali collaborano nell’apostolato, al sacro dovere di mettere fede e condotta in quell’armonia richiesta dalla legge di Dio e domandata con instancabile insistenza dalla Chiesa. Anche oggi Noi ripetiamo con gravità profonda: non basta essere annoverati nella Chiesa di Cristo, biso-gna essere in spirito e verità membri vivi di questa Chiesa. E tali sono solamente coloro che stanno nella grazia del Signore e continuamente camminano alla sua presenza, sia nell’innocenza sia nella penitenza sincera e operosa».

Diventa carne viva dunque il compito degli uomini di vivere con Cristo, in Cristo, per Cristo come fine dell’intera esistenza.

“Siamo cristiani”, dunque come aria, acqua, come il tutto che riempie ogni vuoto e colma ogni spazio.

Il pensiero e l’azione del clero nella Resistenza ha origini nelle parole di Cristo, nella corretta scelta di libertà espressa dal Vaticano, nel non avere altre vie. Non ci sono alternative e leggendo le ultime lettere di Don Aldo Mei non può non tornare a memoria Teresio Olivelli: il Ribelle per amore. Colui che morì ricordando di amare anche coloro che ti fanno del male perché la fede aiuta a superare ogni ostacolo.

Il testamento spirituale di colui che la chiesa ha voluto venerabile, è racchiuso nell’ultima lettera alla mamma, scritta dal campo di Fossoli il 7 agosto 1944:

«Mamma quanto amata!

Il signore ha dato il Signore ha tolto sia benedetto il Signore! E gloria sia a Lui nell’alto dei cieli e pace, quella pace che ricolma il mio spirito, sulla terra a voi straziati e credenti e a tutti gli uomini di buona volontà.

Scoperto, quando più vicino speravo il giorno di rivedervi.

Di gran cuore perdono a tutti coloro che mi fecero del male ed auguro loro ogni bene soprattutto che conoscan Lui, ed il suo Amore. Se a qualcuno fossi dispiaciuto o avessi nociuto chiedo perdono.

Mossi impetuosa la vita. Sugli abissi mi librò il Signore: dolcemente.

Ho consumato il mio corso, ho osservato la fede, ho combattuto la buona battaglia. Se qualche incremento al Regno di Dio è venuto o verrà per opera mia, la mia gioia sarà completa.

Credete fortemente, sostenetevi forte-mente, operate fortemente. La misericordia e la consolazione di Dio sia con voi.

Avevo promesso al Signore che nessuna ostilità o diffidenza verso parenti o vicini avreste conservate. Per amore di Lui e di me portate in queste case la Pace».

Quante analogie con Don Aldo Mei o con i certosini della Farneta, e in particolare con il Padre Maestro, Dom Pio Egger, che prigioniero dei tedeschi ebbe a lasciare un messaggio alla sorella e alla madre in Svizzera: «Muoio per avere fatto un’opera buona». E morì senza malinconia o stanchezza.

Il Vaticano aveva disegnato per i sacerdoti una traiettoria sulla quale, in parallelo, si trovarono le esistenze di decine di martiri. Ma, naturalmente, non per tutti perché è obbligo storico non dimenticare coloro che furono convintamente fascisti.

Dunque in un periodo durante il quale gli italiani si divisero tra attendisti, tra quelli che scelsero le zone grigie, i fanatici sanguinari, gli idealisti e gli ideologizzati, gli opportunisti e i farabutti, ci fu chi non smarrì mai la propria missione. Chi decise di non nascondersi.

E non si tratta solo di vivere nel Vangelo, ma di assumere i panni di uomini elevati, superiori, che pongono al centro di ogni attenzione la persona con i propri diritti.

Dunque con Cristo al fianco, tra gli uomini, e non solamente per ricostruire un paese distrutto e lacerato, ma per edificare una nuova casa. E in questa la certezza che l’amore non muore mai.

In questo anche il superamento dei temi resistenziali. Certi sacerdoti avevano ben compreso che la politica governa la politica non il paese e che gli italiani sono un popolo legato a personalismi, a gesti individuali, a forme di resilienza intime, rigettando la collettività e il bene comune. Fu così che in mezzo alla bufera della guerra civile, tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945, la figura del parroco fu l’unico punto di riferimento per tante comunità che erano rimaste sole.

Come il primo agosto del 1944 quando Don Aldo Mei riunisce in parrocchia tutti i capi famiglia di Fiano. Vuole parlare con loro perché da giorni nella zona i tedeschi stavano rastrellando uomini per condurli via. Perché nel vuoto di potere, nell’attesa degli Alleati, nel pieno della guerra e dell’approssimarsi della difesa sulla Linea Gotica, sono loro gli unici rimasti per porgere aiuto, a tendere la mano. Ed erano sempre stati i parroci ad essere convocati per gestire lo sfollamento che avrebbe dovuto svuotare i paesi entro il 27 luglio, ma già il 24 tra Fiano e Loppeglia vennero portate via 30 persone. Giungevano poi notizie di fucilazioni e gli abitanti avevano paura.

Il 2 agosto una colonna di tedeschi salì nuovamente a Fiano catturò Don Aldo Mei, che si trovava con il rifugiato ebreo Adolfo Cremisi che non venne riconosciuto, e condotto con altri alla Pia Casa. Don Aldo era naturalmente in chiesa, non si nascose, non si oppose, non fuggì e non si sottrasse.

Come lui non si “voltarono” Don Innocenzo Lazzeri a Sant’Anna di Stazzema, Don Michele Rabino a Bardine di S. Terenzo, Don Luigi Ianni a Vinca. Rimasero come ultimo baluardo a difesa della comunità cristiana.

Infine un ultimo punto che credo debba essere affrontato perché ci aiuta a chiudere il cerchio su questa vicenda. La questione dell’antifascismo e della parteci-pazione alla lotta di Liberazione del clero lucchese. Terminata la guerra furono molti i sacerdoti che ricevettero attestazioni e riconoscimenti, per altri vennero proposti encomi solenni. Alcuni furono vicini ai partigiani e ai patrioti lucchesi, ma nel complesso i preti dettero corso alla loro missione di fede. Assistettero, come Cristo insegna, tutte quelle persone che avevano bisogno di aiuto. Tesero le mani con Cristo, in Cristo, per Cristo.

È importante ricordare che subito dopo la fine della guerra avvenne la costruzione del mito della Resistenza come lotta di popolo contro gli oppressori. E in questa ricostruzione la lotta partigiana si divise, e ogni parte politica cercò di appropriarsi di un pezzo della memoria resistenziale.

I cattolici, i socialisti, gli azionisti, disegnarono i propri spazi, raccontarono le loro storie, premiarono i martiri; ma furono soprattutto i comunisti che videro nella Resistenza il lasciapassare che legittimava la presenza di un partito legato a Mosca in un paese controllato da Washington. I comunisti che, per edificare la loro credibilità, costruirono un’impalcatura talmente impo-nente intorno alla Resistenza, che ad anni di distanza ancora oggi quella lotta viene rivendicata solamente da una stretta cerchia ideologizzata a sinistra.

Dimenticando tutto il resto. Ma fu proprio con quel resto che nacque la democrazia italiana.

Ecco i sacerdoti martiri o militanti non erano all’epoca apertamente antifascisti – casomai a-fascisti o molto critici come Mons. Tofanelli -, i sacerdoti non erano partigiani combattenti nel nome di un partito o di un’ideologia perché non avevano bisogno di altro, loro che vivevano e agivano in Cristo. E certo figure che mostrarono aperta contrarietà al fascismo ve n’erano. Basterebbero citare Don Sturzo, Don Mazzolari, Padre Bevi-lacqua. Oppure l’immortale esempio di Giuseppe Dossetti, giurista, partigiano senza armi, politico, padre costituente, colui che disegnò per i cattolici una vita politica tesa all’eguaglianza e alla partecipazione, e poi sacerdote che quando morì venne sepolto nel cimitero di Casaglia di Monte Sole, insieme ai martiri dell’eccidio.

Aver tentato di “arruolare” già nel dopoguerra, le figure più imponenti del clero alla lotta di Liberazione, dimenticando l’atto di fede unico e solenne che questi avevano fatto a Dio, ha creato confusione che è ora di dirimere.

Don Aldo Mei e gli altri sacerdoti sacrificatisi nel nome di Cristo per la salvezza degli uomini, non sono ascrivibili a “bande”, gruppi o fazioni, perché appartengono (e uso la forma verbale al presente con fermezza) ad una schiera ben più possente e fornita.

Del resto: «L’uomo è figlio di Dio, e come tale non può essere reso schiavo da nessuno».

Qui sta la chiave per la comprensione della partecipazione del clero alla Resistenza. I sacerdoti di fronte al male prodotto, edificato, propagato dai totalitarismi, hanno una sola e unica risposta morale, teologica. Rispondere con l’amore, la comprensione, il perdono.

Mostrando una forza che è soprattutto interiore, in risposta alle masse acconciate all’odio, alla violenza, alla prevaricazione. 

Dunque ben si può concludere nell’affermare che mentre si combatteva una guerra civile, i sacerdoti affrontavano una battaglia ben più terribile, ardua e difficile.

Le ultime righe di questa non conclusa e ancora da ragionare prefazione intorno a temi così importanti come l’essere uomo di Cristo tra tanti vasi di coccio (noi fedeli imperfetti), le voglio dedicare alla “Preghiera del ribelle” di Teresio Olivelli e Carlo Bianchi.

Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione,

che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dominanti, la sordità inerte della massa,

a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libera vita,

dà la forza della ribellione.

Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi:

alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura.

Noi ti preghiamo, Signore.

Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell’ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell’indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza.

Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti.

Nella tortura serra le nostre labbra.

Spezzaci, non lasciarci piegare.

Se cadremo fa’ che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.

Tu che dicesti: “Io sono la resurrezione e la vita” rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa.

Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie.

Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.

Signore della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.

Noi ribelli per amore.

Andrea Giannasi

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